Trovandomi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano ascolto il dialoghetto tra nonna e nipotino davanti a uno dei capolavori di Caravaggio: il titolo è Canestra di frutta.
- Nonna, perché questa mela è bucata?
- Non è bucata, è bacata. Le mele di una volta avevano il baco perché erano naturali, senza la roba chimica che ci mettono oggi. Avevano il baco, ma sapevano di mela.
- E oggi di che sanno?
- Di niente.
Su uno sfondo giallo oro, il cesto di vimini con la mela bacata, i grappoli di uva bianca e nera, i fichi troppo maturi, alcune foglie ancora verdi e altre già rattrappite nella secchezza esprimono la precarietà raccontata da una genio morto che non aveva ancora 39 anni, pittore delle luci e delle ombre “terribilmente naturale”, uomo turbolento in fuga per accusa di omicidio.
Una sera passeggiavo per Udine, assorto nei miei pensieri (e nella mia musica). Ero solo.
Ad un certo punto ho deciso di sedermi su un gradino, vicino a due signore (una cinquantenne ed una trentenne ad occhio e croce, al buio l’età non si distingueva molto bene...). Fra di loro era seduta una bambina, che non avrà avuto più di 5 anni, direi.
Dopo circa 10 minuti il “trio” ha deciso di abbandonare il posto sul quale era seduto. Guardandole andare via, mi cadde l’occhio sulle scarpe di quella che presumevo essere la madre: Converse rosse.
Passato un po’ di tempo, ho deciso anche io di riprendere il cammino passando per la strada di fronte al luogo al quale ero seduto. Imboccando la via, ho ritrovato il curioso “trio” accanto al quale mi ero seduto: i tre erano davanti ad un distributore automatico di tabacchi e la donna più giovane (che io ancora presumevo essere la madre) stava scegliendo la propria marca preferita. La bambina stava aspettando con un’aria che io avrei definito annoiata (a prima vista nessuna delle due signore la stava controllando o comunque non stava interagendo in qualche modo con lei).
…ma per voi qual è il senso della storia?
Credo che la storia non abbia senso. O meglio,credo che la storia non abbia un solo, unico senso. La storia assume il senso che ognuno di noi le conferisce. Ad esempio, per Cicerone “historia magistra vitae”, mentre per Montale “la storia non è magistra di niente che ci riguardi”. Due autori diversi, due pensieri differenti. E differente è il senso che entrambi conferiscono alla storia. Il suo senso è dunque mutevole.
C’è chi sostiene che la storia vada imparata affinché non vengano ripetuti gli errori del passato. In questo caso il senso che viene attribuito è quello didascalico, lo stesso di Cicerone. Un senso, un fine didascalico. Anche il fine che viene attribuito alla storia è, infatti, dinamico. Uno studente svogliato potrebbe infatti dedicarsi alla storia solo per ricevere un voto dall’insegnante. E questa è la prova di un fine squallido, fine a se stesso appunto. Ma il fine di un antico eroe, di un artista, di un moderno politico potrebbe essere quello di entrare nella storia; potrebbe essere quello di venire ricordato, perché la storia illumina le antiche e le nuove gesta, che saranno antiche per i futuri uomini.
Il mediterraneo deve il suo nome alla collocazione geografica che lo costituiva cuore del mondo abitato, “mare tra le terre”, supporto ai commerci di Fenici, Egizi, Greci, Cartaginesi, Iberi e Romani. Mare nostrum, lo chiamavano questi ultimi, una volta diventati i dominatori di quelle acque che più che dividere univano terre, culture, religioni…
Mare che insegnava i confini del mondo conosciuto, mare “abbracciato” dall’Impero romano che sembrava estendersi a macchia d’olio proprio a partire dalle sponde bagnate da quelle acque.
Sulle sponde orientali di quel mare si sono pure affacciate le tre grandi religioni monoteistiche e da lì sono salpati in tempi e con modalità diversi anche gli annunciatori di una “Parola” considerata espressione della volontà di Dio per tutti gli uomini.
Mediterraneo, mare emblematico ancora oggi che ha perso molta della sua importanza strategica: simbolo contraddittorio di tanti aspetti della società sorta proprio da quella “culla di civiltà” che il Mediterraneo è stato. Da un lato, il brulicare di turisti vacanzieri lungo le coste della Turchia alla Spagna, dal Marocco all’Egitto: gente in vacanza festosa, immersa in un cieco consumismo e sovente in un’ostentazione di ricchezze e potere.
A volte la vita mi obbliga a dei pit-stop. Sarà la stanchezza, l’accumulo emotivo di cose, una reazione di rabbia, un momento di tristezza o una difficoltà materiale… In quei momenti facilmente la testa se ne parte coi suoi pensieri, e si rifugia in qualche luogo isolato a riflettere. Spesso le riflessioni nascono anche dai discorsi che si fanno con gli amici, dalle materie di studio che suscitano particolare interesse, dai momenti di distrazione che si condividono.
Così ti rendi conto di quanto siano diverse le persone tra loro. Tu, io, ognuno di noi ha una forma mentis sua propria, ha dei valori, ha delle idee e delle méte, ha certe speranze e passioni, crede in alcune cose e non in altre. E quando si arriva a parlare di cose magari più serie o impegnative, si capisce bene anche come ognuno si ponga di fronte alla vita.
Mi ha colpito molto scoprire quanta diversità ci sia tra me e alcuni amici… Perché nella vita bisogna studiare e lavorare e realizzarsi nel lavoro, ma io, personalmente, non credo questo sia il fine ultimo della vita, da “coronare” poi con dei “di più” eventuali quali possono essere un affetto, una famiglia, gli svaghi. Come si può vivere chiusi in un libro? Amo i libri, ma più di essi amo le persone e forse questo mi ha portato a studiare medicina. Amo la medicina e voglio laurearmi presto, ma...
Nella tiepida solitudine di un giorno di inizio primavera, guardavo il gatto immobile acciambellato sul davanzale della finestra e lasciavo libero il movimento del pensiero senza il suono della parola.
Ero seduta sulla scrivania e abbassando lo sguardo, vidi la mano destra che teneva la penna con il becco rivolto verso l’alto, e ricordo che non mi rendevo conto dell’esistenza della mano che immobile, teneva la penna con le dita. Quando un attimo dopo la vidi non fui sorpresa ma al contrario, accolsi tutto ciò che entrò nel mio campo visivo come ovvio e naturale.
Poi la penna si sollevò di nuovo verso l’alto ed io ricordo che i rematori alzano i remi in verticale quando la barca è ferma.
Mi fermo a guardare fuori un cielo azzurro che non c’è, mi ritrovo a pensare se è il pensiero verbale al massimo della sua creatività che vede ciò che non è percepibile, o è un’ immagine interiore, che poi, viene vista fuori di sé…come conoscere l’esistenza di una linea dell’orizzonte che in natura non esiste perché il segno che si percepisce è fatto dalla mano dell’uomo .
E questa immagine creata dal proprio corpo “prende”il suono udito per parlare di sé, delle proprie idee, del proprio pensiero.
Leggi tutto: Silenzio e inchiostro. Il pensiero silenzioso dello scrittore.
Un antico detto popolare recita: ”Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace!” Fermiamoci un attimo a riflettere: questa frase, molto spesso pronunciata con deliberata leggerezza, si rivela portatrice di numerose implicazioni di non poco conto. Se infatti, perchè una cosa sia reputata bella, è sufficiente che piaccia, allora ciò significa che ogni cosa, convinzione, gesto, azione, qualsiasi esso sia, se di gradimento anche solo ad un essere umano può avvalersi del titolo di “bello”.
Ma può la Bellezza essere subordinata a delle categorie come quelle umane? Se la risposta che si darebbe è sì allora forse ciò significa che si sta lentamente perdendo la cognizione del fatto che nella realtà vi sono degli elementi non soggetti alle interpretazioni dell'uomo in quanto assolutamente oggettivi.
Perchè la Bellezza, essendo un puro ideale, un valore assoluto a cui l'uomo tende ogni momento, in virtù del presupposto che è espressione di un qualcosa più elevato del suo stesso essere, non può venire ordinata tramite gli strumenti umani, dato che li trascende. Un'opera d'arte, un edificio, un gesto, una persona sono belli a prescindere dal fatto che essi risultino piacevoli, perchè dotati di un determinato carattere che li rende tali. Ciò che permette di ascrivere qualcosa nella categoria del “bello” è l'intento con il quale quel qualcosa viene realizzato: se tale realizzazione è volta alla ricerca del trascendente, allora sì che si può legittimamente parlare di Bellezza.
Leggi tutto: E' bello ciò che è bello, o è bello ciò che piace?
Mio nipote ha da poco imparato a camminare. Una svolta nella sua incontenibile fame di esplorare il mondo e nell'apprensione degli adulti che cercano di tenerlo d'occhio. Ci sono momenti in cui sparisce e non si riesce più a trovarlo, per scovarlo poi nascosto in una angolo buio, in silenzio, a scoprire le cose con lo sguardo di Adamo.
Mio padre sta imparando di nuovo a camminare. Dopo l'operazione alla testa del femore è costretto ad una riabilitazione in ospedale di circa un mese. Per ora deve accontentarsi di un girello, come quello che usava mio nipote fino a poco tempo fa, da domani - sembra - potrà usare le stampelle. A poco a poco si aggira anche lui per il mondo ristretto dell'ospedale e parla con le persone intrecciando amicizie. Anche lui impara - o meglio reimpara - a camminare ed esplora e scopre le cose con lo sguardo di Adamo.
Mi racconto un po’ così…
Pensate ad un uovo. Bianco, liscio e immobile.
Poi un rumore, debole e una linea irregolare e sottile che si disegna.
Sempre più veloce e diramata… Rotto, il guscio è rotto!
Adesso è il momento di staccarlo da sé.
Il guscio NASCERE, sono nata il 30 marzo 1984 agli Ospedali riuniti di bergamo… E senza scelta: operazione. Di qualcosa di nome Mielomeningocele…
Il guscio CORSETTO, il primo compagno, pelle contro pelle, di tutti i giorni. Tra i bambini dell’asilo gli scontri potevano essere pericolosi. Cos’avevo addosso? Perché quella bambina ha un guscio così duro? Eppure gli amici, i primi veri, sono coraggiosi…
Essere chiamata ‘amica’, ‘amica del cuore’, ‘Saretta’, ‘Sary’, ‘Sa’...è questo che ha fatto la differenza. Ritrovarsi con compagne di vita, in cui riconoscere ogni giorno, anche oggi, un’armonia di costanti segrete.
Per condividere e migliorarsi,
ricevere, dare e crescere, insieme.
“Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il Signore la mandi più spesso alla vostra anima!...”
Quante sere arrivano troppo presto e mi trovo a guardare dalla finestra al cielo… non sono solo i poeti ad esserne innamorati – quanto mi è cara la poesia di Leopardi Alla luna! – ma ognuno di noi, che le poesie le leggiamo e non siamo tanto in grado di scriverle…
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