Martedì 07 Settembre 2010
Scritto da Guido Vassallo Lunedì 10 Maggio 2010 00:00
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Diceva un mio prof che il teatro è nato in Grecia perchè è lì che è nata la filosofia: e mentre alcuni uomini con la speculazione filosofica cercavano di comprendere prima le origini del mondo sensibile e successivamente, da Socrate in poi, la natura dell'uomo, altri rappresentavano vicende realmente o miticamente accadute per riflettere e far riflettere. Sulla scena si vede il coraggio e il tradimento, il destino e la libertà, l'amore e l'abbandono, la giustizia umana e le leggi divine. Una divulgazione capillare. Lo stato, la polis, pagava il biglietto del teatro a chi non poteva permetterselo...

Il teatro, quello vero, non è puro intrattenimento: è riflessione, è cogitazione. E chi sono Antigone, Edipo, Medea, Amleto, Otello e tutti gli altri grandi protagonisti, se non specchi (riflesso e riflessione sono poi parenti..) del nostro animo, persone più che personaggi, a cui guardare per farsi domande o cercare risposte? Quello che avviene sulla scena è un po' la nostra vita, solo che quando ci siamo dentro non riusciamo a giudicarla con oggettività. Se la vediamo da fuori, invece...

Leggi tutto: I miei pensieri siano di sangue... o siano deserto

Scritto da Gianluca Furnari Lunedì 19 Aprile 2010 00:00
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Scriveva Mark Twain con sottile ironia: «Un classico è qualcosa che tutti vorrebbero aver letto ma che nessuno vuole leggere.» Paradossalmente, la sua provocazione è tanto più vera quanto più un classico è popolare.

Ogni parola spesa a favore di Guerra e pace suonerebbe superflua. Tutti ne hanno sentito parlare, molti lo hanno sfogliato con un certo timore in libreria, i più temerari hanno addirittura sbirciato l’incipit, ma davvero pochi possono vantarsi d’averlo letto per intero. Come certifica una stima del 2005 effettuata dall’Online Computer Library Centre, Guerra e pace occupa il 93° tra i libri più richiesti al mondo. Un dato indicativo su cui potremmo ampiamente disquisire. 

È ormai appurato che di Guerra e pace circola un’immagine distorta: quasi macchinalmente lo associamo a un monumento imponente, ci sembra un romanzo fuori mano, smodatamente ponderoso, persino monotono. Solo quando riuscirà a scrollarsi di dosso quest’etichetta e a spogliarsi della veste che una lunga tradizione critica gli ha dato, Guerra e pace tornerà ad essere un romanzo fresco di passioni giovanili e amori profondi, carico di significati ancora da scoprire. 

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Scritto da Elisa Bonaventura Venerdì 26 Marzo 2010 00:00
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Se dovessimo inserire questo romanzo in una biblioteca suddivisa secondo criteri di affinità, non sapremmo su quale scaffale cercargli un posto. Infatti "Il visconte dimezzato", scritto da Italo Calvino nel 1951, è un libro di agevole lettura ma di difficile catalogazione: si potrebbe definire, come scrisse Claudio Milanini nella prefazione della prima edizione, "divertente e impegnativo, fiabesco e ironico, capace di farci sognare ad occhi aperti e nello stesso tempo tale da indurci a stabilire confronti col mondo che ci circonda". Ma forse è meglio rinunciare a dare a questo romanzo un’etichetta precisa: il suo fascino risiede proprio nella molteplicità dei temi trattati e nella varietà degli argomenti utilizzati nella narrazione.

E ora veniamo alla trama, apparentemente piuttosto semplice ma al tempo stesso complicata dall’intrecciarsi di due storie parallele intorno alla figura centrale del visconte Medardo di Terralba. Egli, durante una battaglia contro i Turchi, viene ferito e diviso a metà da una palla di cannone. Una parte di lui torna a casa: si tratta della metà cattiva di Medardo, che viene subito soprannominato il Gramo per le sevizie che fa patire ai suoi sudditi. Nemmeno quando fa ritorno in patria la metà buona del visconte migliora la situazione: egli, nella sua eccessiva e infinita bontà, è disumano quanto l’altro. Soltanto la ricomposizione chirurgica delle due metà riporta serenità al paese, anche se, non manca di farci notare Calvino, "è chiaro che non basta un visconte completo perchè diventi completo tutto il mondo".

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Scritto da Guido Vassallo Lunedì 08 Marzo 2010 00:00
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Questo articolo è stato votato 3 volte ed ha una media di 4.00 su un totale di 5

Per conoscere il grande Tolstoj non è necessario affrontare le sconfinate lande a perdita d'occhio dei monumentali Guerra e pace o Anna Karenina. Si può partire da spazi più a misura d'uomo come i racconti, che narrano vicende meno corali, ma certamente più accessibili e altrettanto ispirate. Anche lì sarà possibile trovare la sapienza e la penetrazione psicologica che rende grande e universalemnte apprezzata, chissà per quale arcano motivo, la letteratura russa di fine ottocento.

Per questo vi propongo oggi la lettura di un racconto breve ma molto interessante, La morte di Ivan Il'ic. O, meglio, lascio che sia Stas' Gawronski a presentarlo nella puntata di Cult Book di seguito riportata.  Aggiungo solo, come indicazione specifica per tutti cogitanti, che il libro si presta molto per una riflessione o un dibattito sul tema della morte e il senso della vita, sulle convenzioni sociali e la malattia. D'altronde i classici a questo servono, a raccontare storie che trascendono il momento storico in cui sono state scritte perchè parlano dell'uomo, del mondo e di tutto ciò che è valido sempre e comunque.

Buona visione (e buona lettura!).

Leggi tutto: La morte di Ivan Il'ic

Scritto da Elisa Bonaventura Venerdì 12 Febbraio 2010 00:00
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Il Barone Cosimo Piovasco di Rondò sale su un albero e, arrampicandosi fra i rami, passando da una pianta all’altra, decide di non scendere mai più. La mente geniale di Italo Calvino non fa altro che sviluppare questa semplice situazione e portarla alle estreme conseguenze: il protagonista sugli alberi trascorre una vita tutt’altro che monotona, piena di ogni sorta di avventure; una vita niente affatto da eremita solitario, ma mantenendo sempre fra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza. Così ne è nato un libro, dal titolo “Il barone rampante”, scritto nel 1956.

Composto da Calvino quando aveva solo 33 anni, il libro non era destinato inizialmente alla fruizione di un pubblico di giovanissimi; tuttavia i numerosi riferimenti ai classici per ragazzi, la vena moraleggiante ed il taglio avventuroso hanno appassionato migliaia di lettori fra i 10 e i 15 anni; anzi, fu lo stesso Calvino a curare un’edizione con illustrazioni a colori, uscita pochi anni dopo. Per noi adulti, il miglior modo per accostarci a questo libro è quello di considerarlo alla stregua di “Alice nel paese delle meraviglie”, di “Peter Pan”, o, perché no, della meravigliosa saga di Harry Potter, ovvero è necessario riconoscerne la filiazione da quei classici dell’umorismo poetico e fantastico.

Leggi tutto: Il barone rampante

Scritto da Elisa Bonaventura Lunedì 01 Febbraio 2010 00:00
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Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari rappresenta il libro del successo per Dino Buzzati, uno dei maggiori narratori italiani del secolo scorso. Un successo di pubblico e di critica, che ha varcato i confini nazionali e che permane tuttora. Ciò nonostante, il romanzo suscita nei lettori moderni, in particolar modo negli adolescenti, reazioni alquanto sconcertanti. C'è chi lo abbandona alle prime pagine, esasperato dalla lentezza della narrazione, o chi, seppur faticosamente, lo porta a termine, affermando che sarebbe stato meno impegnativo percorrere a piedi il deserto menzionato nel titolo.

Leggi tutto: Il deserto dei tartari

Scritto da Fabrizio Venanzoni Venerdì 08 Gennaio 2010 00:00
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Il protagonista della storia è un bibliotecario a cui il caso ha dato una straordinaria possibilità: quella di cominciare una nuova vita, azzerando il proprio passato. Quando infatti viene da tutti creduto morto,  e dopo essersi arricchito grazie ad una vincita di gioco, il giovane Mattia Pascal diventa un uomo nuovo: la sua nuova identità sarà quella di Adriano Meis, un uomo o forse solo un parto della volontà...

Il fu Mattia Pascal: solo a sentirlo questo nome si pensa subito ad un classico, forse noioso, forse divertente, ma in ogni caso uno di quei libri triti e ritriti. Eppure se Italo Calvino diceva che i classici sono quei libri che non smettono mai di dire ciò che hanno da dire un motivo ci sarà pur stato: e in effetti il motivo c'è.

Leggi tutto: Il fu Mattia Pascal

Scritto da Guido Vassallo Lunedì 02 Novembre 2009 00:00
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1979. 2009. Trent’anni fa usciva La storia infinita. Un anniversario del genere non può passare sotto silenzio nella sezione libri di Cogitoetvolo, perché La storia infinita è un must assoluto. Può sembrare un’affermazione esagerata e perentoria (e in effetti un po’ lo è) e non è mia abitudine farne, ma per questo libro mi sento di fare un’eccezione. Non capita spesso, infatti, di leggere libri come questo che non è una semplice storia. E’ infinita. Lo è perché racconta di un mondo che nasce, si distrugge e rinasce ciclicamente, come Auryn, il serpente che si morde la coda. Lo è perché racconta di come la fantasia non abbia limiti. Lo è perché ha diversi livelli di lettura e ogni volta che uno rilegge il libro ne scopre uno nuovo. Lo è, infine, perché tocca l’animo sensibile, che è infinito anch’esso.

Leggi tutto: La storia infinita

Scritto da Guido Vassallo Lunedì 28 Settembre 2009 00:00
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Non c'è dubbio. Assassinio sull'Orient Express è uno dei più grandi classici della letteratura gialla, per la meticolosa costruzione dell'intreccio, per la suspence che cresce fino all'ultima pagina, per la sottile sensibilità psicologica del padre di tutti gli investigatori, Hercule Poirot. Egli si trova quasi per caso a viaggiare sull'Orient Express, il treno che unisce Istambul alle grandi capitali europee. Proprio nel vagone sul quale viaggia Poirot durante la notte viene commesso un efferato omicidio: la vittima è un certo signor Ratchett violentemente accoltellato da un misterioso assassino che sembra scomparso nel nulla.

Il treno, infatti, è fermo in mezzo alla campagna a causa di una forte nevicata, e sulla neve non ci sono tracce. Tutti i passeggeri del vagone poi, per la maggior parte persone distinte o uomini di affari dal momento che si tratta di un vagone di prima classe, hanno un alibi inconfutabile. E c'è di più: l'identità della vittima è falsa, per celare un passato macchiato di sangue, come l'investigatore belga scopre quasi subito. Attraverso abili interrogatori e l'attenzione ai particolari Poirot riesce a ricostruire la dinamica di un delitto che sembra inspiegabile. Il finale è come sempre inatteso e geniale.

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Scritto da Pietro Vaghi Martedì 03 Febbraio 2009 00:00
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La prima cosa che colpisce di questo libro è il numero di pagine. Tante, più di ottocento e, almeno nell'edizione in due volumi che ho tra le mani, stampate a caratteri minuscoli. Poi, che l'autore è russo, Lev Tolstoj. E i russi dividono i lettori in due: chi non li sopporta (lunghi, noiosi,... russi appunto) e chi li ama, proprio perché lunghi, ma profondi, noiosi a tratti, ma indimenticabili.
Il romanzo racconta alcune storie: quella di Anna e della sua famiglia, quella di Levin che sposerà Kitty e poi ci sono Stepan, Dolly e i loro bambini. Sono immagini della vita e dell'amore che si incontrano e si scontrano sullo sfondo di una nobiltà ottocentesca che...

Leggi tutto: Anna Karenina