«La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di Paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano ad essere condannate a morte nei Paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale». Con queste parole di Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International, l’organizzazione internazionale non governativa per i diritti umani, ha commentato il rapporto “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008”. Tutt’altro che scrivere, come ha fatto qualche commentatore, che «c’è sempre meno lavoro per i boia della maggior parte del mondo».
Basta scorrere i numeri. Nel 2005 sono state giustiziate 2148 persone in (soli) 22 Paesi ed emesse 5186 condanne a morte in 51.
Dopo sessant’anni dall’approvazione dell’Articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, è partito dall’Italia, lo scorso anno, il primo passo per la proposta della moratoria contro la pena di morte. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha preso in esame il tema. La conclusione? Centoquattro paesi sospenderanno tutte le esecuzioni programmate e vieteranno ai tribunali di infliggerne di nuove per un periodo di tempo ancora non ben definito.

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