«Mi manca qualcuno che mi ricordi in cosa credere, mi manca sentire qualcuno che creda nel bene ed è così triste non riuscire a credere nel bene a sedici anni». Così una lettrice del mio romanzo in una delle tante lettere che urlano: a sedici anni si può ancora credere in ciò che serve a vivere felici?
C’è una stagione dell’esistenza che chiamiamo gioventù: una volta fuggita la rimpiangiamo come età dell’oro perduta e ritrovata solo nel ricordo opportunamente edulcorato dalla memoria. I Greci lo avevano intuito drammaticamente con Titone, mortale, che per unirsi alla dea Aurora riceve il dono dell’immortalità, ma dimentica di chiedere quello dell’eterna giovinezza, sicché il dono ricevuto si trasforma in beffa e condanna: una vecchiaia prolungata all’infinito.
Il dono da chiedere agli dei non è quello dell’immortalità, ma quello della giovinezza. Molte icone del nostro tempo hanno qualcosa in comune con Titone, nel disperato tentativo di fermare il tempo cercano l’immortalità dietro un’apparente eterna giovinezza. Ma è solo questione di maquillage e le maschere prima o poi si staccano, lasciando la vita nuda e cruda a fare i conti con se stessa
LONDRA — Per tre settimane i medici dell'ospedale Addenbrooke, a Cambridge, le avevano provate tutte. Richard Rudd, coinvolto il 23 ottobre 2009 in un grave incidente motociclistico, non reagiva alle cure e alla stimolazioni. Paralizzato a letto, i monitor non davano segnali di attività cerebrali. Una linea piatta. Quell’uomo di 43 anni era, o appariva, clinicamente morto. Con le lacrime agli occhi, il papà di nome pure lui Richard e i familiari avevano allora chiesto ai sanitari di staccare la spina.
Una scelta drammatica ma nei limiti della legge britannica sull'eutanasia. Lo stesso Richard junior, quando ancora, parlava, lavorava, rideva e discuteva con gli amici, con la nuova fidanzata e con le due figlie, la diciottenne Charlotte e la quattordicenne Bethan, lo aveva più volte detto che se mai si fosse ritrovato in una situazione di incoscienza totale, di infermità, di mente spenta e di insensibilità assoluta al dolore, incapace di tornare alla vita normale, lui avrebbe preferito, anzi decisamente voluto, farla finita e passare di là, senza diventare l'oggetto finale di nuove terapie, senza essere prigioniero delle tecnologie e delle macchine alle quali ti leghi per respirare e dalle quali non ti separi mai. Era chiaro ciò che pensava. In tanti gli avevano sentito ripetere il suo «testamento».
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