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Watchmen – una domanda per ogni eroe

Watchmen – una domanda per ogni eroe

Se il film ha suscitato pareri contrastanti (vedi la recensione su questo sito di Sabrina Guarino) il fumetto è – dalla critica e dal pubblico – giudicato uno dei migliori al mondo e su Amazon è addirittura il primo (http://www.amazon.co.uk/25-Best-Comics-Ever-Made/lm/R27BWVC3L1JUP6). È scritto da Alan Moore (V per Vendetta, Il Mostro della Palude) forse il più grande scrittore di fumetti ancora vivente (date un occhio alla sua pagina di Wikipedia).

La storia è ambientata in un ipotetico 1985, a New York, mentre USA e URSS sono sull’orlo dello scontro nucleare. I protagonisti, gli eroi mascherati – ad eccezione di uno – non hanno poteri straordinari. Tra l’altro, loro sono ormai “in pensione” dal ’77, quando una legge ha vietato i giustizieri mascherati.

A mio parere il fumetto ha avuto un grande successo perché solleva dei grandi interrogativi, ciascuno portato avanti da un personaggio differente. Vi riporto quei tre personaggi che, per me, sono stati più significativi.

Di tutti i personaggi della serie, il Dr. Manhattan è quello che più si avvicina al concetto di supereroe, ma sarebbe più giusto dire che lo supera, dati i suoi poteri semi-divini e quasi illimitati. Proprio a causa dei essi, il Dr. Manhattan è sempre più distante dall’umanità: la sua capacità di vedere la realtà a livello subatomico fa sì che veda il mondo come una complessa interazione tra particelle elementari, mentre le attività umane gli sembrano astratte e prive di senso. Dr. Manhattan rappresenta la visione “scientista” del cosmo: per lui un corpo vivo e uno morto hanno le stesse particelle elementari; che differenza c’è, quindi, tra la vita e la morte?

Analizzando la sola materia non siamo in grado di capire l’origine della vita, né lo è Dr. Manhattan, che giudica la vita un fenomeno “sopravvalutato”. Egli preferisce le grandi distese di Marte, i monti maestosi e i violenti fenomeni atmosferici che sconvolgono la superficie del pianeta rosso: dal punto di vista delle particelle elementari sono interessanti almeno quanto la vita. Che senso ha, a livello di particelle, l’agire umano?

L’interrogativo che, secondo me, suscita il Dr. Manhattan è il seguente ed è anche spiegato nel fumetto e nel film: se Dio esistesse, ma fosse indifferente al mio destino? Solo alla fine… beh, non ve lo racconto, perché spero di avervi invogliato a leggere il fumetto.

Dan Dreiberg, alias Gufo Notturno, sembra, tra gli eroi, quello che meglio rappresenta l’uomo qualunque, che mira al bene, ma è disposto a compromessi perché è disilluso. Ha speso grandi somme di denaro per costruire veicoli ed equipaggiamento in stile Batman per catturare ciò che archivia come “prostitute” e “ruba borse”. Poi, nel ’77, il governo lo ha messo fuorilegge assieme agli altri giustizieri mascherati e ha dovuto ritirarsi. Costretto all’inattività, ormai quarantenne, vede i suoi sforzi di gioventù per creare un mondo migliore rischiare di essere vaporizzati dalla guerra nucleare. Gufo Notturno è solo un uomo, una goccia nel mare; a che pro, allora, affannarsi tanto per migliorare il proprio mondo?

Questa è la domanda che, ad un certo punto della propria carriera, si fa ogni eroe, super o meno, di ogni storia mai raccontata: da Spiderman a Superman, per quanto essi si sforzino, troveranno sempre qualcuno disposto a fare del male.

Ha senso continuare a lottare? Scommetto che, nel nostro piccolo, ce lo siamo chiesto spesso anche noi.

Nel caso di Walter Kovacs, alias Rorschach, fu l’assassinio di Kitty Genovese che l’ispirò a combattere il crimine. Era già un avventuriero in costume, che si limitava a consegnare i criminali alla giustizia, quando una delle sue indagini lo portò a scoprire il brutale omicidio di questa bambina. Non c’erano prove, solo la confessione del criminale, che però non aveva alcun valore in tribunale. Allora, Rorschach, non più soddisfatto di fermare semplicemente i crimini, decise che avrebbe anche scelto la punizione.

Indossa una maschera a macchie bianche e nere in movimento, derivante da un materiale speciale creato dal Dr. Manhattan. La divisione chiara tra il bianco e il nero nella maschera riflette la visione di Rorschach: le cose sono o giuste o sbagliate, bianche o nere; non ci sono vie di mezzo, nessuna “area grigia”.

In un certo senso Rorschach è l’opposto di Gufo Notturno (anche se Rorschach ammette a Gufo di essere un suo grande amico) perché non si arrende mai e non scende a compromessi, nemmeno di fronte all’armageddon. Tanto è vero che Rorschach è l’unico a ignorare il decreto che vieta i giustizieri mascherati e non va in pensione.

Di fronte all’apparente inutilità di combattere il crimine, Rorschach assume su di sé il compito di legislatore, giudice ed esecutore. Quando sa che un criminale è colpevole non si limita a catturarlo e a cercare prove, ma lo punisce. È giusto avere dei riferimenti morali, ma quando si può lasciare spazio alla compassione? Se sai che una persona è colpevole, ma non lo puoi provare di fronte alla legge, è giusto punirla ugualmente? Ed è vero – nel mondo reale ancor di più – che i criminali spesso non vengono puniti, ma è giusto assumersi il compito di giustiziere privato? Fino a che punto posso spingermi? Riguardo a questo tema, vedete anche The Dark Knight.

Devo finire e non vi ho parlato di Ozymandias, del Comico, di Spettro di Seta e tanti altri.

Forse è solo un fumetto, ma si tratta pur sempre di una storia e sono le storie, non i saggi o i trattati, a cambiare il cuore degli uomini.



Milo

Tommaso Manara

Milanese da più generazioni, è ammalato di fantasy dalla tenera età di otto anni, quando si accostò a Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien. Ora sta concludendo la laurea specialistica in Bocconi, ma rimane sempre appassionato di giochi di ruolo e wargames. Si diletta col krav maga.

Tag: giustizia, supereroi, valori

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